“Essere” globale e collaborare allo sviluppo

collaboration_3La globalizzazione è un percorso non a senso unico, pervasivo, rispetto al quale occorre fare una riflessione che prenda il via da una dimensione più alta, legata alla diversa concezione della persona che sottostà e influenza le relazioni tra gli attori del mondo globale.

Ciò che si definisce globalizzazione, nell’accezione pratica, tende a strappare le radici di chi stringe troppo i legami con la propria cultura, richiudendo la propria mente anche se il corpo viaggia lontano, di chi non sa relazionarsi alla pari con i sempre più numerosi diversi che si affacciano alla ribalta dello sviluppo e del successo, di chi limita la propria visione alle cose vicine, ai tempi brevi, agli spazi ristretti. Naturalmente non parlo di limitazioni geografiche, ma di tappe mentali, magari molto dettagliate, ma incapaci di descrivere i territori sconfinati dove si giocano le partite che vale la pena giocare.

Un esempio, per intendere meglio: una delle espressioni della cultura classica occidentale che fa riferimento all’Io come Essere, non sarebbe nemmeno traducibile nella mentalità confuciana che sta alla base di quasi tutte le culture estremo-orientali; in esse infatti (in quella cinese in particolare) l’idea di un essere individuale che valga di per sé, senza i necessari legami con gli altri o con l’ambiente, non esiste.

Lo sviluppo riposa su un quadro di fiducia e di stabilità delle reti di relazione nelle occasioni di scambio, sulla riduzione dell’incertezza nei rapporti tra soggetti e tra contesti: in sintesi su una concreta e convinta collaborazione.

Vi è allora la necessità di modulare e modellare, in itinere, nuove forme di collaborazione allo sviluppo, proprio quando emergono continue minacce legate alla carenza di competenze specifiche e alle sempre presenti  (e inutili) rivendicazioni da ius primae noctis tra alcuni dei soggetti coinvolti…

Utile e urgente diventa, quindi, alimentare la collaborazione tra i vari attori imprenditoriali e istituzionali, valorizzandone ogni proposta che si fondi sulle specificità locali, ma che sia costantemente aperta a proiettarsi in una dimensione globale, governando con efficace capacità i percorsi programmatici.

CLLD per Flag: sintesi presentazione

“La strategia di sviluppo locale di tipo partecipativo (CLLD) è un insieme coerente di operazioni rispondenti a obiettivi e bisogni locali e che contribuisce  alla realizzazione della strategia dell’Unione per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva e che è concepito ed eseguito da un gruppo di azione locale” (considerazione 19 – Reg. 1303/13)

“Le iniziative di sviluppo locale di tipo partecipativo dovrebbero tenere in considerazione le esigenze e le potenzialità locali, nonché le pertinenti caratteristiche socioculturali. Un principio essenziale dovrebbe essere quello di assegnare ai gruppi di azione locale che rappresentano gli interessi della collettività, la responsabilità dell’elaborazione e dell’attuazione delle strategie di sviluppo locale di tipo partecipativo” (considerazione 31 – Reg. 1303/13)

Cuore mediterraneo: viaggio in Sicilia…

sunset sicily

Sono in Sicilia per lavoro, ma forse anche per scrivere…e per farlo la giro spesso tutta, in lungo e in largo come potrebbe fare un attento viaggiatore d’altri tempi, uno di quelli che s’accostavano ad un’Italia molto diversa da quella attuale, quella splendida del Grand tour, il viaggio iniziatico che i giovani di buona famiglia, a partire dalla metà del XVI secolo, compivano in Europa per arricchire il loro bagaglio di esperienza.

Mi è capitato di fare lo stesso in altre splendide zone del nostro Paese e del mondo, ma questa è la mia terra, anzi io sono figlio di questa terra!

Sono così preso dall’essere qui che certe volte non ricordo bene neanche il motivo vero di questo mio viaggio: si, forse è proprio perchè devo scriverne e per farlo devo raccogliere le idee, devo muovermi e viaggiare con l’intento di conoscere e capire meglio luoghi e persone, arricchendo e appagando una famelica e innata curiosità.

All’inizio avevo pensato che ogni cosa avrebbe dovuto contribuire all’approfondimento di una mia personale e compiuta conoscenza, costruita da pezzi di vita vissuta in questa terra unica, che mi conducesse magari, almeno questa volta, a carpirne l’essenza, la stessa anima, sviscerandone, se fosse stato possibile, anche qualche suo segreto desiderio per me.

Ma ancora una volta mi rendo sempre più conto che questa è una terra che non puoi nemmeno immaginare nella sua completezza, che è di difficile descrizione perché, giorno dopo giorno, man mano che la osservi, ti accorgi di aver sempre sentito esprimere giudizi affrettati, qualunquisti, superficiali, sbagliati che hanno spesso condotto a tipicizzare o inquadrare un pensiero più vicino ad uno stereotipo che alla nuda e cruda realtà.

Tornando qui riscopri che questa è un’isola che è facile amare com’è altrettanto facile odiare, nel medesimo istante in cui la vivi, ma che sicuramente non ti lascia mai indifferente.

Rafforzi la consapevolezza che questo è un territorio ricco di storia, di tradizioni forgiate e consolidate al cospetto del tempo e non soltanto per la sua strategica posizione geografica, ma anche per il suo clima, la sua natura, la sua gente…

Acque marine, tonnare, borghi, graffiti, templi, bagli, castelli, rocche, leggende e miti si mostrano ai miei occhi in un museo senza un tetto, posto sotto la cupola celeste e illuminato da un cielo stellato che, nelle sere blu cobalto, somiglia ad un manto di velluto adorno di diamanti.

Così ho voluto affrontare questo mio viaggio in Sicilia, che ha saputo alternarmi rare autostrade a ‘trazzere’’ malmesse, adornandosi di mosaici composti da cromie di culture e genti diverse.

Devono essere state le diverse dominazioni a trasmetterci questa miriade d’elementi che impreziosiscono le abitudini e gli usi di tutti quei siciliani che, inconsciamente e giornalmente, si abbeverano al fontanile della storia e dell’arte su una tavola ricca di sapori e colori unici.

Una Sicilia mediterranea, quella mediterraneità siciliana che amiamo, che alterna il giallo oro delle messi e il verde delle vigne e degli ulivi all’azzurro intenso del mare.

Una terra che merita di essere esplorata: “…sin dal tempo di Proserpina, la Sicilia è stata la casa dei fiori. Si dice addirittura che le dee vergini Proserpina, Minerva e Diana, tesserono qui una tonaca di fiori variopinti per il padre Giove…Ora capisco perché gli dei hanno tanto amato la Sicilia.” Scriveva così, nel 1880, Frances Elliot nel suo ‘Diary of an idle woman in Sicily’ che, ovviamente, consiglio di leggere.

Terra composita, contraddistinta da segni e segnali forti che devono essere letti fra un alternarsi di saperi e di sapori che si aprono solo a chi ha voglia d’approfondire e andare oltre le apparenze…ed anche oltre questo mio scritto, che spero solo induca a soffermarsi un attimo su alcune grandi potenzialità di quest’isola, attrattività più o meno note che già naturalmente possiede…

Buon viaggio a tutti.

Innovazione: territorio e sviluppo economico (sostenibile)

innovazione“Le analisi recenti sviluppate nelle diverse discipline che trattano della cosiddetta “economia reale” si basano su modelli di crescita e propongono interventi di politica economica profondamente diversi da quelli della macroeconomia tradizionale (di stampo neoliberista) che hanno guidato, con risultati a dir poco deludenti, le politiche seguite in questi ultimi anni in Europa e in Italia.

La politica industriale declinata a livello territoriale si rivela indispensabile per definire un programma, nazionale ed europeo, di interventi coraggiosi e lungimiranti, al fine di promuovere l’innovazione nell’industria, nei servizi e nelle amministrazioni pubbliche, aumentando quindi gli investimenti privati e pubblici in nuove produzioni e riducendo così gli attuali elevatissimi livelli di disoccupazione in Italia e in Europa.

Per uscire dalla recessione e ritornare a tassi di crescita accettabili non sono necessari, e comunque non sarebbero sufficienti, un aumento della spesa pubblica (soluzione keynesiana) o una riduzione delle imposte (soluzione neoliberista), ma è invece indispensabile, da un lato, stimolare una ripresa degli investimenti che ponga l’innovazione al centro degli interventi e, dall’altro, promuovere una crescita continua della domanda di nuovi beni e servizi.

La disciplina della spesa nelle imprese e nello Stato non è in contraddizione con forti investimenti in innovazione, perché la leadership innovativa nelle filiere globali è il fattore fondamentale della competitività a lungo termine e di alti margini di profitto futuri ed è necessario aumentare le spese per lo sviluppo di nuove produzioni.

La politica industriale è stata abbandonata sotto la pressione di un’ideologia liberista molto tradizionale e si rivela invece indispensabile in un’economia moderna basata sulla conoscenza e sull’innovazione, dati i limiti dell’approccio tradizionale delle politiche monetaria e di finanza pubblica nel promuovere la crescita economica.

Il punto di partenza per un programma di rigenerazione o ricostruzione dell’economia italiana dopo la crisi è il territorio. È anche da questo, e non solo dai mercati internazionali, che provengono gli stimoli a uno sviluppo economico sostenibile.

Infatti, il successo di progetti innovativi dipende dalle capacità imprenditoriali, dalle competenze e dalle risorse umane e produttive che sono radicate nel territorio, ma al tempo stesso è in esso, e soprattutto nelle grandi aree metropolitane, che si esprimono i bisogni di un ambiente e di una qualità della vita migliori ed emergono opportunità di investimento in nuovi beni e servizi.

Dato che gli strumenti della politica monetaria e fiscale sono stati trasferiti o condizionati dai vincoli stabiliti a livello comunitario, in base al principio di sussidiarietà verticale spetta invece agli Stati nazionali e alle Regioni programmare, anche se nel quadro di opportuni indirizzi strategici comunitari, le politiche industriali e regionali, che sono fondamentali per stimolare l’innovazione, gli investimenti e nuove produzioni.”

Fonte: Note E-book (Cappellin, Marelli, Rullani, Sterlacchini)

Sistema Italia: l’importanza di ‘fare rete’.

futuroOggi si afferma da più parti che le soluzioni alla crisi (politica, economica, etico-sociale) non se le inventa il singolo, anche se illuminato e coraggioso, ma le stesse possono venire (e spesso vengono) dalla capacità e dalla volontà di ‘fare sistema’. Si, perchè non basta voler stare in rete, voler condividere esperienze e soluzioni, ma occorre la capacità di farlo, intesa come ‘condivisione costruttiva che mette gli altri in condizione di attingere a soluzioni nuove, non già sperimentate o, perlomeno, di grande valenza innovativa per tutto il sistema’.

Ma andiamo con ordine.

Mai come in questo momento storico, la politica ha necessità di promuovere ‘buone prassi’: pensiamo alla perenne lotta contro la corruzione, vero cancro di questa società malata, che pone il nostro paese con un’immagine negativa nei confronti del mondo (è di oggi il commento sul NYT che individua corruttele in ogni angolo del sistema Italia). Ecco, nei confronti di tutto ciò è la rappresentanza istituzionale che ha l’obbligo di reagire (e pare lo stia facendo), modificando e aggravando regole sanzionatorie, mettendo parallelamente a sistema circuiti virtuosi positivi (pare si faccia meno), proponendo esempi reali di buona politica che sicuramente ci sono, magari per una volta uscendo da stretti interessi di parte con l’obiettivo condiviso di far emergere e circuitare in rete una Politica seriamente impegnata per il bene comune.

Per ciò che concerne la situazione economica, l’imperativo di ‘fare sistema’ risulta più facile da favorire ed incentivare, in quanto gli operatori economici e le imprese mostrano sempre uno sguardo più attento e lungimirante alle potenziali soluzioni derivanti dalla messa in rete delle diverse leve nel business. Le difficoltà dei mercati interni, a livello nazionale ed europeo, portano tanti a percorrere, e ad aver già percorso da tempo, l’inderogabile scelta di internazionalizzarsi, aprendosi nuove prospettive commerciali all’estero, spesso in quei paesi che crescono a due cifre e che risultano essere molto sensibili alle produzioni del made in Italy. Per queste scelte, certamente smart, l’idea di far rete è fondamentale sia in ottica di una promozione generalizzata volta a semplificare l’accesso ai mercati target, sia in una più ristretta ottica di prodotto, che, se associato al territorio di provenienza, si apre naturalmente e consapevolmente a nuovi scenari di marketing experience.

Da ultimo, ma non perchè ultimo, occorre considerare la necessità di far rete e di contribuire a creare sistemi positivi in un più vasto ambito etico-sociale: spesso ci accorgiamo, anche dai tristi eventi di cronaca che quotidianamente siamo costretti a sentire, che alla fine, per una crescita vera della nostra società, è realmente questo che manca. L’evoluzione di un popolo, il grado di civiltà e la capacità di una pacifica e costruttiva convivenza ritengo abbia necessità di misurarsi con il peso che avranno le forze sane della società stessa, con la rete di sostegno pratico e culturale che riusciranno a creare e che avranno intorno; in poche parole, con tutto ciò che di buono, di concreto e di socialmente incentivante questo Paese sarà in grado, ancora una volta, di mettere in atto.

Il tutto creando, magari, una vera rete, un vero sistema di protezione incentivante, di promozione socio-economico-culturale che, nei vari settori interessati, si ponga il concreto obiettivo di migliorare il paese e i suoi abitanti, promuovendo sviluppo da tutti i punti di vista.

Sembrano perfezioni (XI sec.)

colori sacri

Sembrano perfezioni, ma risplendono
soltanto agli occhi tuoi: valgono niente;
quanti nemici stanno in un amico
e in quanta quiete si nasconde il ladro!

Quanti cavalli di armoniose forme
non arrivano, deboli, alla meta!

Quanti cammelli, in viaggio, nella notte,
li trattiene il difficile cammino!

Così l’affanno trascina l’amante
dove l’ascesi e l’angoscia si legano:
sventura all’uomo afflitto da ignoranza,
che gli lodano il corpo e non l’ingegno!

È quasi un’ala, a volare, il denaro;
ma già è stroncata, e non rimane un bene:
quanti uomini degni in vile veste!

Si lucida una spada, e non la gemma.

(Ibn Hamdis – XI sec.)

L’autore

Abd al-Jabbār ibn Muhammad ibn Hamdīs fu un poeta arabo-siciliano, massimo esponente della poesia araba di Sicilia a cavallo tra l’XI e il XII secolo (Noto 1056 – Maiorca 1133). Nacque da una famiglia nobile intorno al 1056. Verso il 1078, quando era già in stato avanzato la conquista normanna della Sicilia, lasciò l’isola e non vi fece più ritorno, compiendo un lungo girovagare tra i paesi mediterranei, lontano dalla patria di cui aveva conservato un vivo ricordo e a cui aveva dedicato versi di accorato rimpianto. Ibn Hamdis ha lasciato un canzoniere di componimenti poetici per un totale di più di 6000 versi. I temi trattati sono vari, ma molti dei suoi versi sono dedicati alla Sicilia perduta della sua giovinezza, vero paese delle meraviglie del tempo, ed ai rapporti umani basati su ciò che è più importante e più vero.

PANTA REI…(πάντα ῥεῖ)

cambio costanteAttaccarsi alle cose, alle condizioni e alle sensazioni, è sempre sbagliato.

Non per volerne ridurre l’importanza nel presente delle nostre vite, ma solo perché non ne avrebbero affatto, oggettivamente e soggettivamente!

Con Eraclito, ed ovviamente anche a prescindere da lui, ‘tutto scorre’ e si trasforma, mutando aspetto nel confronto con il prima e, certamente, con il dopo…

Il sapiente filosofo greco ha di certo il merito, già 2.500 anni orsono, di aver centrato il tema del ‘divenire’, soffermandosi sull’importante assunto che nulla sarà mai allo stesso modo per lungo tempo, tutto conoscerà variazioni che ne cambieranno la percezione e, forse, l’essenza.

Questo affascinante argomento mi ha fatto sempre pensare al passo successivo, diciamo più ‘valutativo’ dei mutamenti che originano da ciò che, secondo Eraclito, appare ineluttabile: ma il cambiamento, questo necessario ‘scorrere’, è orientabile?

Soprattutto, mi chiedo, è giusto e fa stare meglio indirizzarlo verso qualcosa o, forse, sarebbe più corretto solo aspettarselo e ‘diventare’ la sua conseguenza?

Ecco, a mio avviso, questa dicotomia, queste domande, possono senz’altro far capire, intanto, la differenza tra la filosofia, che tende a definire stati e comportamenti, e quei tratti prettamente umani del pragmatismo insito in ognuno di noi, che ci fa pensare (sbagliando) di poter essere artefici dei mutamenti che avvengono nel mondo reale, in un trionfo inconsulto dell’ego che non si pone limiti, che non vede al di là di se stesso e del proprio bene…

Se continuo a pensare di poter cambiare io il mondo, probabilmente mi sto consumando inutilmente l’esistenza.

Se continuo a convincermi di essere il centro del mio universo percepito, probabilmente non avrò realmente percepito nulla di quanto mi accade intorno.

Forti concetti, pensieri pesanti?

Forse si, quanto meno con poco appeal in un mondo che tende ad incentrare i suoi stimoli sull’autoaffermazione, sull’autoreferenzialità, sull’auto…tutto!

Uscire dal sé…

Forse è realmente questo il segreto per comprendere meglio quanto accade intorno a noi.

Tentare di vivere una vita volta ad apprendere, ogni santo giorno, con consapevolezza, che possiamo orientare probabilmente soltanto il nostro modo interiore di rapportarci a cose, persone e avvenimenti, nulla di più.

E quando saremo riusciti, anche per qualche ora, a distanziarci un attimo da questo prepotente io che ci domina, avremo sempre più chiaro che cosa è importante per noi, cosa ci fa stare bene, a cosa dobbiamo veramente ambire…

Naturalmente, com’è facilmente intuibile, sono due le modalità d’approccio che orientano l’uomo verso questo modo di posizionarsi nei confronti del mondo: quella che sento più vicina, cioè quella che promana dalla religione in cui credo e che ci insegna l’affidamento a Lui quale unico bene per chi voglia vivere una vita vera, adesso e per l’eternità; e poi c’è quella di Eraclito, quella di una filosofia, antica e illuminata, che pone l’uomo come parte non attiva, spettatore impotente e anzi coinvolto egli stesso, nell’ineluttabile scorrere del tutto.

Forse anche questo un modo, già allora, con filosofica e razionale consapevolezza, per far pensare a quanto sia inutile e poco proficuo, per l’uomo, incentrarsi sul sé, visto che, comunque, panta rei, appunto…

Sensibilità, nuova sconosciuta…

La sensibilità é un dono raro fatto di intelligenza e di affettività matura.

Uno dei segni più impressionanti della marcia spietata della modernità attraverso i nostri cuori e le nostre menti, in nome di uno scientismo disumano e di un efficientismo fine a se stesso, è la progressiva scomparsa della sensibilità dal bagaglio spirituale delle persone. Intendiamoci: la sensibilità è un dono, un dono raro; le persone che la possiedono, sono portatrici di un bene prezioso che non si acquisisce con lo studio, anche se lo si può affinare con l’esperienza: e, in questo senso, sono sempre esistite nel corso della storia e, forse, continueranno ad esistere, anche se alquanto ridotte di numero. Tuttavia, essa veniva apprezzata o, almeno, trovava spazio per manifestarsi in una società ancora a misura d’uomo, come era quella pre-industriale (pur con tutti i suoi limiti innegabili); si direbbe che, oggi, essa sia diventata superflua e che nessuno, o solo in pochi, si dolgano della sua progressiva scomparsa, come se il mondo potesse benissimo farne a meno. Le virtù dell’animo che oggi vengono maggiormente apprezzate e lodate sono l’intelligenza pratica  (anche se disgiunta da una valutazione complessiva dei problemi), la determinazione nel perseguire i propri obiettivi (senza farsi troppi scrupoli), la sicurezza di sé (indipendentemente dall’esatta valutazione del proprio valore), la flessibilità mentale (spinta fino ad accettare i peggiori compromessi), la disinvoltura in qualsiasi circostanza (fino alle forme più discutibili di esibizionismo e narcisismo).

La sensibilità è fra le doti non indispensabili.

Che cosa se ne farebbe il cittadino del terzo millennio, tutto proteso a conquistarsi il proprio spazio sociale, a ritagliarsi la propria fetta di visibilità, di successo (anche economico), di gratificazione esteriore? In un mondo che si disinteressa di scopi e di valori, ma che punta quasi esclusivamente alla soluzione di problemi pratici, a che cosa può servire la sensibilità, una dote non spendibile in termini quantitativi? Si dimentica che la sensibilità è alla base sia della creazione artistica, sia dell’intuizione dei grandi problemi scientifici; e, soprattutto, che costituisce un fattore indispensabile per l’armoniosa convivenza degli individui all’interno della società: perché, una volta spogliato di essa, qualunque gruppo umano finisce per generare continuamente attriti e tensioni che, una volta instaurati, è difficilissimo controllare e disinnescare.

La sensibilità è quella dote che spinge l’amico a farsi avanti non appena intuisce l’esistenza di una difficoltà, prima che si trovi il coraggio di chiamarlo; che risolve amichevolmente i malintesi, prima che degenerino in astiosi e prolungati rancori; che mette gli altri a proprio agio, nelle situazioni in cui si sentono esposti e indifesi; che scioglie in un sorriso tensioni vecchie e nuove, portando una nota gentile di freschezza e leggerezza; che apre gli occhi avanti allo spettacolo incantevole del mondo e sa renderne partecipi anche i cuori più distratti.
La sensibilità è la mano soave di una donna che orna con un vaso di fiori una stanza nuda e spoglia, portandovi una nota di colore e di calore. La sensibilità è, anche, la parola giusta pronunciata al momento giusto, così come il silenzio affettuoso e partecipe, quando non vi sono parole adeguate alla situazione. La sensibilità è saper godere delle piccole cose, delle piccole gioie, e trasmetterne il segreto anche agli altri, addolcendone le asprezze e medicandone le ferite. La sensibilità è l’atteggiamento di delicatezza e di profondo rispetto con cui l’io si rapporta al tu, vedendo sempre in esso un soggetto di pari dignità e mai un semplice mezzo. La persona dotata di sensibilità possiede una ricchezza in più, che la mette in grado di cogliere aspetti del reale che sfuggono ad altri, alimentando così incessantemente la propria profonda umanità. Al tempo stesso, è indubbio che la persona sensibile soffre più delle altre, perché si trova esposta a quegli strali che individui dalla pelle più spessa non avvertono neppure e perché vede con maggiore chiarezza la grande distanza che separa il reale dall’ideale. Un bambino sensibile, ad esempio, soffrirà in modo più intenso e tormentoso della mancanza di affetto dei genitori, della cattiveria dei compagni o di una crudele malattia che ha colpito una persona a lui cara; tuttavia, anche le sue risorse sono in proporzione alla sua sensibilità, per cui difficilmente egli si troverà del tutto indifeso davanti ai colpi della vita. Il fatto che la persona sensibile sia, per un certo aspetto, più esposta, non significa che la sensibilità sia un dono avvelenato per coloro che lo ricevono, perché le possibilità positive che essa conferisce superano immensamente gli svantaggi, al punto che non è nemmeno possibile istituire un raffronto tra questi e quelle. Per quanto maggiormente esposta ad essere ferita da talune circostanze della vita, la persona sensibile possiede, non di rado, una visione del reale così profonda e radicata, così matura e consapevole, da poter elaborare anche gli strumenti per riflettere sulla propria condizione e per apprestare nuove risposte alle sfide che le vengono incontro, spostandole, al tempo stesso, su di un livello sempre più alto e spirituale. Nulla di quanto accade alla persona sensibile si perde nei rigagnoli e nella palude stagnante del tirare a campare; su tutto ella medita con profonda serietà, cercando in ogni cosa il significato riposto, l’occasione di una evoluzione e di una elevazione. È ricettiva nel miglior senso dell’espressione: tutto il suo essere è spalancato sul mistero della vita. Ecco perché l’impressione di fragilità, che talvolta le persone sensibili possono dare ad uno sguardo un po’ superficiale, molte volte non corrisponde alla realtà dei fatti. È vero che, in certe situazioni, esse rimangono come disarmate, là dove altre persone non incontrano che lievi difficoltà o anche nessuna; ma è altrettanto vero che ciò vale specialmente per gli ostacoli di ordine inferiore, per quelli che coinvolgono l’essere solo superficialmente. In moltissimi casi nei quali la posta in gioco è molto più alta; casi nei quali, ad esempio, non si tratta di normali contrattempi della vita, ma di grossi ostacoli e di grosse prove, ebbene le persone sensibili sanno tirare fuori, al momento opportuno, una grinta e una determinazione invidiabili, che gli altri non si sognano nemmeno di possedere.

La loro è una forza che emerge nelle situazioni più ardue, là dove è in gioco l’anima stessa di una creatura umana.

Naturalmente, la sensibilità, da sola, può essere un fattore di debolezza nelle circostanze ordinarie della vita, e talvolta anche in quelle straordinarie: i soldati che impazzivano in guerra, o venivano fucilati perché rifiutavano di obbedire all’ordine di avanzare sotto il fuoco nemico, sovente non erano dei vili, ma semplicemente degli uomini sensibili. Tuttavia, si può facilmente osservare che la sensibilità, in genere, si accompagna ad altre doti della mente e del cuore, che la bilanciano e la trasformano in qualcosa di potente, che conferisce a chi la possiede una marcia in più rispetto agli altri, non una in meno. È come se una sapiente distribuzione delle risorse umane avesse tenuto conto di tutto e avesse provveduto affinché un potenziale fattore di forza non si trasformasse in un elemento di debolezza. Qualcuno potrebbe obiettare che non sempre è così: che esistono delle persone ipersensibili le quali non possiedono la fermezza, la costanza, la forza d’animo per controbilanciare gli svantaggi della loro condizione; persone che, messe di fronte ai problemi della vita, non riescono ad affrontarli e ne finiscono crudelmente schiacciate. Questo è vero: bisogna essere onesti e riconoscere che, talvolta, le cose vanno proprio in questo modo.

La stessa cosa, però – se si vuole essere altrettanto onesti – bisogna riconoscere che avviene anche rispetto ad altre doti dell’animo.

L’intelligenza, per esempio, quando è particolarmente acuta, ma astratta, e non accompagnata da forza di volontà e chiarezza di percezione, può ritorcesi contro colui che la possiede e rendergli la vita più difficile, perché gli consente di vedere in maniera fin troppo chiara tutti gli ostacoli che sorgono sul suo camino e, al tempo stesso, la grande difficoltà di oltrepassarli.

La stessa cosa si può dire per le doti del corpo, prima fra tutte la bellezza.

È fin troppo evidente che essa costituisce una marcia in più per colui o colei che la possiedono, ma solo a condizione che si accompagni alla saggezza nel modo di gestirla: perché la bellezza è una forza poderosa, che può essere tanto benefica quanto distruttiva per chi non ne sappia fare buon uso. Perché la bellezza rende anche molto vulnerabili e, in un certo senso, ricattabili da parte degli altri: ci si aspetta, infatti, che la persona bella lo sia sempre, ad ogni costo, a dispetto delle preoccupazioni, dei dispiaceri, e perfino dell’età; cosa, evidentemente, impossibile. Se la bellezza è una forma di potere, lo è a doppio senso: a vantaggio chi la possiede, ma anche a danno di chi la possiede.

Per tornare alla sensibilità, quindi, non bisogna fare l’errore di giudicare le cose guardandole solo da un punto di vista: per poterle valutare esattamente, bisogna guardarle sotto tutti i punti di vista; bisogna, per così dire, girar loro attorno, e considerarne anche i lati nascosti. La sensibilità, il più delle volte, si accompagna ad altre doti che offrono la possibilità di trarne il massimo vantaggio, in termini di consapevolezza e di pienezza esistenziale: sta al singolo individuo che l’ha ricevuta in dono, poi, di imparare a farne buon uso. È la sensibilità che permette agli esseri umani di cogliere, ‘vedere’ e apprezzare sino in fondo le meraviglie del mondo in cui vivono; è la sensibilità che consente loro di fondere le impressioni del presente con i giochi della fantasia e con i dolci ricordi del passato, dipingendo un affresco incantato con vivaci pennellate cariche di poesia.  Se non vi fosse la sensibilità, il mondo ci si presenterebbe come opaco e spento ed ogni cosa, ogni suono, ogni profumo, scivolerebbero via veloci, senza lasciare traccia nel nostro animo; la nostra vita sarebbe ristretta entro gli angusti orizzonti delle necessità pratiche, del calcolo, della convenienza, dell’interesse. Tutto sarebbe veramente molto squallido; e la cosa più squallida sarebbe proprio l’impossibilità di rendersene conto, perché solo la coscienza della nostra natura di creature sensibili ci permette di stabilire la differenza qualitativa che corre tra un mondo ridotto a puro gioco di interessi in competizione ed un mondo abbellito e ingentilito da una luce soave di bellezza.

Sia lode a quella benevola forza creatrice che ci ha dato, insieme all’incanto del mondo, la possibilità di esserne coscienti e, perciò, di diventarne partecipi.

Dovremmo ricordarcene sempre, in ogni singolo giorno e ad ogni singola ora: specialmente quando, piegati sotto la sferza crudele della sofferenza, ci sentiamo talvolta tentati di calunniare la vita e di maledire il nostro essere nel mondo. La sensibilità è il dono divino che ci offre la possibilità di essere spettatori di una rappresentazione incomparabile, alla quale siamo chiamati a partecipare. Siamo stati chiamati da sempre, fin da prima di venir concepiti; fin da prima che il mondo fosse.

Non siamo qui per caso.

Il Creatore, con la forza possente dell’Essere ci ha tratti fuori dal ‘non essere’, scegliendoci da prima che il tempo incominciasse ad esistere.

…summer thinking…

 

...un ponte ideale...

…un ponte ideale…

Cari Lettori e Cari Amici,

da oggi e per qualche settimana Vi proporrò alcune riflessioni meno (diciamo) impegnative, meno tecniche direi, su temi più consoni al periodo di maggior relax e, magari, di ‘apertura mentale’ più liberamente attuabile…

Dai titoli dei post l’intento sarà più o meno manifesto, anche se questo non vorrà dire, come al solito, completa ‘leggerezza dell’essere’…forse solo del pensiero che, finalmente ‘alleggerito’ dall’estate, probabilmente potrà volare un po’ più in alto…

Grazie.    A presto.    Angelo  

      

Cluster policy: strumento di competitività territoriale

 

 

cluster-international-workshop-milano-expoI cluster tendono sempre più a diventare una categoria di analisi autonoma, all’interno della teoria dello sviluppo economico e territoriale a livello internazionale.

Un tema particolarmente sentito dalla Commissione europea, che considera i cluster come uno dei pilastri della nuova politica europea per lo sviluppo e la competitività, operando in tal senso una trasformazione di ruolo degli stessi, non più obiettivo finale ma soprattutto strumento con cui raggiungere un maggior livello di innovazione e competitività territoriale.

I cluster ritrovano così nella dimensione urbana il loro principale terreno di localizzazione, poiché, più di ogni altro spazio, consente quelle economie di agglomerazione e, soprattutto, di varietà che risultano indispensabili per lo sviluppo non solo di uno ma, spesso, di più cluster all’interno della medesima area urbano-metropolitana.

Sembra pertanto emergere una correlazione positiva tra crescita della dimensione urbana e crescita della produttività, ed anche come l’aumento della densità urbana costituisca un fattore determinante per l’incremento della stessa produttività.

Una dimensione urbana più elevata significa, infatti, la possibilità di sfruttare infrastrutture di livello superiore perlopiù indivisibili, la presenza di una grande varietà di fornitori di input intermedi, di lavoratori specializzati. Inoltre, un mercato via via più grande presenta una maggiore densità di relazioni tra gli agenti economici, un più elevato processo di spill over di informazioni e conoscenza e, alla fine, un continuo e diffuso processo di apprendimento.

Il successo di alcuni cluster rispetto ad altri si spiega con la differente capacità di governare, senza inibire i processi di mercato, questa nuova fase del processo di clusterizzazione, vieppiù complesso e dinamico.

Ciò significa pensare ad interventi sempre più su scala urbano-metropolitana, ad una politica dei cluster con forti elementi di innovazione tanto negli strumenti quanto nei contenuti delle misure previste, così come nei soggetti ai quali spetta il compito di governare i processi di formazione e sviluppo dei cluster.

Assume crescente rilevanza l’aspetto del management urbano in chiave non più solo urbanistica ma soprattutto relazionale.

I cluster urbani all’interno della città rappresentano il principale terreno e veicolo di innovazione.

La città costituisce infatti una piattaforma tecnologica e culturale dove possono coesistere e svilupparsi differenti cluster, che a loro volta sono uno strumento funzionale allo sviluppo della creatività e dell’innovazione. La competitività dei cluster urbani è legata alla competitività della città, luogo dell’innovazione e luogo dove avviare la sperimentazione di nuove politiche attive di sviluppo socioeconomico e territoriale.

Da recenti analisi emerge poi come l’effetto positivo sullo sviluppo territoriale derivi non tanto dalla mera presenza di attività organizzate in forma di cluster, quanto piuttosto dalla presenza di cluster competitivi di una certa rilevanza, sia in termini di dimensione sia in termini di ruolo economico con riferimento al contesto settoriale e geografico di insediamento.

I processi di agglomerazione delle attività economiche in ambito urbano devono pertanto essere innervati da rilevanti processi relazionali, di network tra agenti interni ed esterni (afferenti ad altri cluster).

È evidente come tutti gli elementi previsti per la ricerca di una dimensione globale dei cluster, rappresentino altrettante traiettorie di lavoro e di ricerca per il futuro.

Nell’insieme viene fuori uno scenario in cui si è passati da una strategia di tipo cluster diffusion ad una strategia di tipo cluster selection basata sulla qualità dei cluster presenti e futuri.

Il processo in atto a livello europeo è quello di un ripensamento in chiave qualitativa degli strumenti volti a favorire nuove forme di agglomerazione, avviando contestualmente una fase di valutazione degli effetti sullo sviluppo generati dai cluster stessi.

Fondamentale risulta, pertanto, essere il ruolo della policy, cioè quello di sostenere un ambiente favorevole allo sviluppo e alla crescita di cluster di eccellenza, così come quello di promuovere legami con i principali cluster internazionali.