CLLD per Flag: sintesi presentazione

“La strategia di sviluppo locale di tipo partecipativo (CLLD) è un insieme coerente di operazioni rispondenti a obiettivi e bisogni locali e che contribuisce  alla realizzazione della strategia dell’Unione per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva e che è concepito ed eseguito da un gruppo di azione locale” (considerazione 19 – Reg. 1303/13)

“Le iniziative di sviluppo locale di tipo partecipativo dovrebbero tenere in considerazione le esigenze e le potenzialità locali, nonché le pertinenti caratteristiche socioculturali. Un principio essenziale dovrebbe essere quello di assegnare ai gruppi di azione locale che rappresentano gli interessi della collettività, la responsabilità dell’elaborazione e dell’attuazione delle strategie di sviluppo locale di tipo partecipativo” (considerazione 31 – Reg. 1303/13)

Cluster policy: strumento di competitività territoriale

 

 

cluster-international-workshop-milano-expoI cluster tendono sempre più a diventare una categoria di analisi autonoma, all’interno della teoria dello sviluppo economico e territoriale a livello internazionale.

Un tema particolarmente sentito dalla Commissione europea, che considera i cluster come uno dei pilastri della nuova politica europea per lo sviluppo e la competitività, operando in tal senso una trasformazione di ruolo degli stessi, non più obiettivo finale ma soprattutto strumento con cui raggiungere un maggior livello di innovazione e competitività territoriale.

I cluster ritrovano così nella dimensione urbana il loro principale terreno di localizzazione, poiché, più di ogni altro spazio, consente quelle economie di agglomerazione e, soprattutto, di varietà che risultano indispensabili per lo sviluppo non solo di uno ma, spesso, di più cluster all’interno della medesima area urbano-metropolitana.

Sembra pertanto emergere una correlazione positiva tra crescita della dimensione urbana e crescita della produttività, ed anche come l’aumento della densità urbana costituisca un fattore determinante per l’incremento della stessa produttività.

Una dimensione urbana più elevata significa, infatti, la possibilità di sfruttare infrastrutture di livello superiore perlopiù indivisibili, la presenza di una grande varietà di fornitori di input intermedi, di lavoratori specializzati. Inoltre, un mercato via via più grande presenta una maggiore densità di relazioni tra gli agenti economici, un più elevato processo di spill over di informazioni e conoscenza e, alla fine, un continuo e diffuso processo di apprendimento.

Il successo di alcuni cluster rispetto ad altri si spiega con la differente capacità di governare, senza inibire i processi di mercato, questa nuova fase del processo di clusterizzazione, vieppiù complesso e dinamico.

Ciò significa pensare ad interventi sempre più su scala urbano-metropolitana, ad una politica dei cluster con forti elementi di innovazione tanto negli strumenti quanto nei contenuti delle misure previste, così come nei soggetti ai quali spetta il compito di governare i processi di formazione e sviluppo dei cluster.

Assume crescente rilevanza l’aspetto del management urbano in chiave non più solo urbanistica ma soprattutto relazionale.

I cluster urbani all’interno della città rappresentano il principale terreno e veicolo di innovazione.

La città costituisce infatti una piattaforma tecnologica e culturale dove possono coesistere e svilupparsi differenti cluster, che a loro volta sono uno strumento funzionale allo sviluppo della creatività e dell’innovazione. La competitività dei cluster urbani è legata alla competitività della città, luogo dell’innovazione e luogo dove avviare la sperimentazione di nuove politiche attive di sviluppo socioeconomico e territoriale.

Da recenti analisi emerge poi come l’effetto positivo sullo sviluppo territoriale derivi non tanto dalla mera presenza di attività organizzate in forma di cluster, quanto piuttosto dalla presenza di cluster competitivi di una certa rilevanza, sia in termini di dimensione sia in termini di ruolo economico con riferimento al contesto settoriale e geografico di insediamento.

I processi di agglomerazione delle attività economiche in ambito urbano devono pertanto essere innervati da rilevanti processi relazionali, di network tra agenti interni ed esterni (afferenti ad altri cluster).

È evidente come tutti gli elementi previsti per la ricerca di una dimensione globale dei cluster, rappresentino altrettante traiettorie di lavoro e di ricerca per il futuro.

Nell’insieme viene fuori uno scenario in cui si è passati da una strategia di tipo cluster diffusion ad una strategia di tipo cluster selection basata sulla qualità dei cluster presenti e futuri.

Il processo in atto a livello europeo è quello di un ripensamento in chiave qualitativa degli strumenti volti a favorire nuove forme di agglomerazione, avviando contestualmente una fase di valutazione degli effetti sullo sviluppo generati dai cluster stessi.

Fondamentale risulta, pertanto, essere il ruolo della policy, cioè quello di sostenere un ambiente favorevole allo sviluppo e alla crescita di cluster di eccellenza, così come quello di promuovere legami con i principali cluster internazionali.

Crescita e Sviluppo: partner su cui puntare.

idee meravigliose...Necessità e proposte

L’esigenza di dare maggiore respiro alle iniziative di carattere locale, pervenendo a una maggiore integrazione tra azioni sul fronte delle risorse umane, intervenendo a favore delle imprese e dei territori, induce a sottolineare, innanzitutto,  l’importanza di un inserimento organico dei piani di sviluppo locale all’interno delle strategie di programmazione multilivello finanziate, a vario titolo, sia con le risorse ordinarie nazionali, sia con quelle per lo sviluppo derivanti dal bilancio nazionale e da quello comunitario. L’integrazione tra programmi comunitari, nazionali e regionali, da un lato, e programmi locali, dall’altro, deve avere come obiettivo la promozione di progetti che siano in grado:
  • di mobilitare risorse sufficienti per dare risposte adeguate alla progettualità e  all’intraprendenza dei sistemi locali;
  • di porsi in linea con i reali bisogni del territorio, tali da assicurare una effettiva valorizzazione delle specifiche filiere produttive territoriali, oltre che congruenti sotto il profilo dell’efficacia e dell’efficienza;
  • di assicurare una positiva interazione tra capitale umano (scolarizzazione, knowledge, skills, attitudine all’innovazione, ecc.), investimenti produttivi, capitale sociale, beni relazionali, reti materiali e immateriali, assetti di governance, favorendo l’instaurarsi di relazioni cooperative tra istituzioni, imprese, soggetti attivi sul mercato del lavoro e partner sociali;
  • di valorizzare la centralità dei beneficiari finali (persone/imprese) affinché sia pienamente garantita la loro funzione di attori delle politiche che individuano gli obiettivi e partecipano alla costruzione dei progetti.
Perché ciò possa realizzarsi, vanno verificate subito le possibilità e le condizioni per utilizzare meglio le ‘infrastrutture di governance’ esistenti. Una delle condizioni per l’avvio di nuovi percorsi di sviluppo è, infatti, la possibilità di dare voce a un partenariato locale, responsabile, capace sia di definire gli obiettivi, intercettando i reali bisogni del territorio, sia di partecipare alla messa a punto delle strategie e delle misure di intervento, aiutando l’amministrazione a dare vita a una efficace strumentazione. Occorre partire dalle esperienze di programmazione negoziata avviate ed in corso, valorizzandone i punti di forza e superandone le criticità.
Andrebbe assicurata, inoltre, l’offerta, e soprattutto la qualità, dei servizi che la pubblica amministrazione è in grado di fornire al territorio. E’ assolutamente necessario rendere più celere e più semplice il rapporto tra utenza (cittadini e imprese) e istituzioni. Perché un nuovo dinamismo locale possa manifestarsi occorre che, specie nelle aree meno sviluppate del Paese, sia data l’opportunità ai cittadini e alle imprese di usufruire di ulteriori servizi rispetto a quelli essenziali, utilizzando i più moderni sistemi di comunicazione on line o da remoto.
E’ indubbio, infine, che maggiore centralità deve essere data al tema delle risorse umane. Non è possibile immaginare l’avvio di nuovi processi di sviluppo locale disgiunti dalle dinamiche del capitale umano e dell’occupazione. E’ dunque necessario un perfezionamento delle logiche di promozione dello sviluppo fino a qui attuate, in funzione di un migliore raccordo tra azioni sul fronte delle dinamiche d’impresa, interventi di natura infrastrutturale e politiche attive del lavoro.
Nello specifico, si tratta di pervenire a una migliore qualificazione e a una maggiore finalizzazione di tutti gli interventi che, a livello locale, vengono destinati alle persone in funzione, sia di una loro maggiore occupabilità e adattabilità, sia in rapporto alle esigenze di crescita competitivo-innovativa espresse dalle imprese e dal territorio.
Le politiche di sviluppo devono avere quindi come referente primario le comunità delle persone, degli attori e  le reti del territorio, unite da una comune identità, in modo tale che siano capaci di mobilitare le risorse e le energie di cui dispongono per concorrere alla realizzazione dei programmi di sviluppo.
Azioni e governance
L’approccio di sviluppo locale a cui fare riferimento – così come la strumentazione a cui dare vita – dovranno essere in grado di assicurare:
  • la costruzione di un’identità collettiva basata sulla condivisione degli obiettivi e sullo sviluppo della  sussidiarietà tra livelli istituzionali;
  • l’affermarsi di pratiche di cooperazione e di associazionismo interistituzionale che consentano all’intervento pubblico di organizzare  la propria operatività su una struttura multilivello basata su ambiti ottimali di programmazione e di gestione;
  • l’affermarsi di una partnership socio-economica competente, in grado di partecipare alla definizione della strategia ed alla governance del territorio, di garantire ai progetti il contributo informativo e di esperienze che proviene dai soggetti più vitali presenti sul territorio stesso, nonché di trainare il sistema (banche, autonomie funzionali, imprese di riferimento territoriale, sistemi formativi), garantendo l’effettiva mobilitazione delle diffuse rappresentanze di interessi;
  • la previsione di un raccordo esplicito tra politiche dell’occupazione e azioni di sviluppo locale, he consenta la compartecipazione di tutte le parti alla realizzazione degli obiettivi attraverso l’avvio di specifici strumenti incentivanti nonché di interventi mirati adintervenire sulle dinamiche locali del mercato del lavoro, sia dal lato della domanda che dell’offerta;
  • una maggiore capacità di interconnessione tra la dimensione locale dello sviluppo e le reti lunghe sulle quali ha luogo lo scambio di capitali, saperi e tecnologie, così da dare vita a quell’upgrading delle produzioni necessario per una reale valorizzazione delle risorse locali.
Perché le iniziative di sviluppo locale siano in grado di intercettare le specifiche esigenze territoriali, è necessario evitare la sproporzionata generalizzazione di improbabili e ambiziose iniziative verificatasi in questi anni.
Condizione necessaria, ancorché non sufficiente, perché ciò possa davvero accadere è che i territori riescano a dar vita a strategie programmatiche ed a progettazioni coerenti con gli obiettivi,  sotto il profilo dei contenuti, della qualità tecnico-operativa e delle soluzioni.
Un maggiore grado di selettività potrà garantire che queste iniziative assicurino un reale miglioramento della qualità delle politiche pubbliche locali.
In funzione di ciò, va considerata l’opportunità di operare una maggiore distinzione tra quelle che vanno classificate come iniziative di cooperazione e di partenariato locale e i veri, nuovi, progetti territoriali.
Non vi è alcun dubbio che oltre alla partnership socio-economica locale, la cooperazione tra Enti Locali e l’aggregazione interistituzionale debbano costituire una priorità. E’ soprattutto in relazione a ciò che, laddove si possa e ne valga la pena, può essere utile prendere a riferimento le coalizioni locali già sperimentate.
E’ però importante evitare di confondere gli interventi di questa natura con le azioni in cui l’integrazione, oltre a legarsi alla cooperazione tra i partner, deriva da una reale interconnessione tecnico-organizzativo delle azioni promosse.
Infine, per quel che riguarda le questioni attuative connesse con la governance del territorio, priorità va assegnata agli interventi di qualificazione delle strutture organizzative e dei modelli gestionali dei soggetti pubblici coinvolti su scala locale, nonché ad azioni di qualificazione professionale del personale pubblico coinvolto nella gestione di tali processi.
Importante è in ogni caso la valorizzazione delle competenze acquisite dagli attori locali (pubblici, privati e delle parti sociali) sia nel promuovere, progettare e realizzare interventi, sia per quel che riguarda la conoscenza approfondita delle caratteristiche, dei bisogni, delle potenzialità dei territori.

Global policy: economie e politiche di sviluppo territoriale

Molti territori si trovano oggi a dover fronteggiare una crisi programmatica, prima ancora che economica.

Occorre, a mio avviso, colmare questa carenza con progetti chiari, concreti e realizzabili, sia politicamente e sia tecnicamente.

E’ opportuno sopperire alla necessità di dotare questi territori di un progetto strategico finalizzato a valorizzare in pieno le direttrici di sviluppo di cui sono detentori e nelle quali le dinamiche di delocalizzazione non possono verificarsi: penso ad esempio, soprattutto per alcune aree, all’agroalimentare d’eccellenza, alla fruizione del patrimonio storico-culturale, all’offerta turistica.
Valorizzazione e conseguenti investimenti che alimenterebbero un ulteriore trend di sviluppo nell’indotto legato ai servizi.
L’Italia tutta si trova oggi esposta ai ‘venti’ di una globalizzazione economico/finanziaria senza precedenti, con una contestuale proposta di modelli che non solo diseducano i giovani, ma ne manipolano ed indeboliscono le coscienze.
Penso che sarebbe corretto, oggi, porsi in maniera più critica nei confronti dell’economia capitalistica globale.
Certamente la situazione italiana ha le sue specificità, ma ciò che sta per spezzare la corda è questa forma di sviluppo capitalistico essenzialmente finanziario, disancorato dai rapporti con le persone e con i territori, in cui la moneta è diventata una specie di principio autoreferenziale che valorizza se stesso, senza passare per i processi produttivi e per le persone reali, che producono.
Va evidenziato che il capitalismo attuale non è affatto paragonabile a quello industriale: quest’ultimo si muoveva all’interno della dialettica tra il capitale e il lavoro, che riusciva a contenerlo, anche con una relativa autonomia della società, che si organizzava secondo tendenze e costumi propri. Adesso invece questo capitalismo finanziario globale ha assorbito l’intera vita delle persone e ha del tutto esautorato la politica.
La critica fine a se stessa di questo sistema si limiterebbe, però, ad un mero esercizio di ‘pensiero virtuoso’.
La Politica, quella vera, oggi è invece chiamata a passare all’azione, seriamente e concretamente.
Il significato fondamentale di un’aggregazione portatrice di soluzioni, praticabili e costruttive, passa attraverso ciò che saprà fare nei confronti del territorio e della gente.
Non ci si potrà basare esclusivamente sulla motivata delusione di tanti nei confronti di certa politica e di qualche politicante, poiché ciò relegherebbe la conquista di un eventuale consenso ad una effimera scelta temporanea presa sull’onda, appunto, del malcontento generalizzato, quindi potenzialmente di breve durata e, certamente, reversibile per gli stessi motivi!
E’ inderogabile parlare di contenuti e soluzioni motivanti, in ordine alle proposte che si vogliono condividere e portare avanti.
Bisognerà rendersi identificabili per quello che si saprà mettere in campo, ciascuno dal proprio ruolo e con le proprie competenze.
Progettare uno sviluppo territoriale di medio e lungo periodo, ponendosi quali ‘intercettori competenti’, ad esempio, di quanto è già presente nei programmi comunitari futuri: rendere autonomi i territori finanziandone esclusivamente progetti di sviluppo sostenibile, che durino nel tempo e garantiscano una concreta azione sulla crescita diffusa e generalizzata, per tutte le classi sociali.
Non è pensabile né giustificabile che alcune Regioni siano  ferme all’utilizzo, in media, di circa il 10% dei Fondi UE disponibili per il Programma 2007-2013.
Né si può addurre a motivazione valida l’obbligo del cofinanziamento statale e regionale, che tutti sono obbligati a prevedere, sostenere ed accelerare, agendo sulla politica e con la politica, per il maggior valore ed il congruo risultato ottenibile e potenzialmente innescabile, in termini di aiuto e di volàno concreto per lo sviluppo e la crescita.
Questo ritengo sia il senso di un concreto impegno sul Territorio: progettare il futuro, partendo oggi dalla valorizzazione dell’esistente, anticipando i tempi e programmandone lo sviluppo per quello che si vuole diventi.